Una storia “breve ma vera”, raccontata con toni netti e una conclusione senza mediazioni: “Ce la metteremo tutta per fermare questo scempio”. Virginia Raggi torna a puntare i riflettori sulla sanità pubblica partendo da un episodio concreto – quello di un anziano paziente fragile – e arrivando a una critica più ampia: la riduzione dei posti letto, la progressiva “dismissione” del pubblico e la crescita di un modello in cui il privato, anche convenzionato, finisce per occupare lo spazio lasciato vuoto dallo Stato.
Il post è costruito come un racconto, ma la denuncia è politica: secondo Raggi, il diritto alla salute resta sulla carta “fondamentale”, mentre nella pratica viene garantito sempre più a geometria variabile, con differenze che dipendono da risorse, territori e – soprattutto – capacità di pagare.
Il caso “Aldo”: “Nessun posto, trasferimento fuori Roma e tre giorni su una barella”
Il cuore della denuncia è un episodio che Raggi colloca “circa 15 giorni fa”. Protagonista è “Aldo”, 83 anni, “un nonnino” con ingressi ospedalieri ricorrenti per una “brutta infezione”. Proprio per la frequenza delle cure, racconta Raggi, l’uomo conosce medici e infermieri “per nome” ed è conosciuto a sua volta come paziente fragile, con una storia clinica già seguita dalla struttura.
Questa volta, però, la risposta ricevuta sarebbe stata drastica: “non c’erano posti liberi” e l’ospedale avrebbe disposto il ricovero in una struttura “(poco) fuori Roma”. A quel punto, secondo il racconto, Aldo e il figlio avrebbero rifiutato il trasferimento per ragioni pratiche e cliniche: difficoltà a raggiungere l’altra struttura, fragilità del paziente e continuità assistenziale legata a un’équipe che già lo conosceva.
La conseguenza – qui sta la parte più dura della denuncia – sarebbe stata una permanenza di tre giorni su una barella e, aggiunge Raggi, anche la firma di una lettera di “scarico di responsabilità”.
Le “stanze singole per solventi”: l’accusa sul taglio dei posti letto
Il racconto del singolo caso diventa poi un’accusa strutturale. Raggi sostiene che, negli ultimi dieci anni, quello stesso ospedale avrebbe trasformato molte stanze da quattro letti in stanze singole dedicate ai “pazienti solventi”, cioè “quelli che pagano”. E sottolinea l’effetto matematico di questa scelta: ogni conversione comporterebbe la perdita di tre posti letto.
Il punto politico è evidente: per Raggi non è una semplice riorganizzazione, ma un meccanismo che sposta l’asse della sanità verso una logica di mercato. In altre parole, meno posti per il servizio pubblico ordinario e più spazi “premium” per chi può permetterseli.
“Il diritto alla salute è fondamentale, ma conta come lo garantisci”
A questo punto Raggi allarga il quadro e richiama un principio generale: il diritto alla salute è “FONDAMENTALE”. Ma subito dopo inserisce la sua tesi: il problema non è tanto l’enunciazione del diritto, quanto il modo in cui viene garantito.
Se Stato e Regioni – che hanno competenze dirette – considerano la sanità “solo un costo a perdere”, allora, secondo Raggi, la traiettoria è quasi automatica: tagli ai posti letto, chiusura di ospedali e presidi territoriali, impoverimento dell’offerta pubblica. E, a quel punto, “il privato (anche convenzionato, quindi pagato in parte con fondi pubblici) fa la parte del leone”.
La critica qui è duplice:
politica, perché mette in discussione le priorità di spesa e programmazione;
sociale, perché suggerisce una sanità sempre più diseguale, dove l’accesso dipende dal reddito o dalla capacità di orientarsi tra canali pubblici e privati.
Il Forlanini: “corsa alla dismissione” e l’arrivo del privato
Raggi collega questa dinamica a un caso simbolico per Roma: l’ospedale Forlanini. Dice di esserne tornata a parlare e di esserci tornata fisicamente “stamattina” con alcuni esponenti del M5S (Francesco Silvestri, Alessandra Maiorino e Valerio Novelli) e con il professor Massimo Martelli, indicato come primario di chirurgia toracica per oltre vent’anni proprio al Forlanini.
Il messaggio è: il Forlanini, per Raggi, è l’emblema di una struttura finita nella “corsa alla dismissione” e ora al centro di un passaggio delicato, perché “sta arrivando il privato”.
La stoccata finale: “Ora spuntano i fondi pubblici per ristrutturare”
Nel finale la denuncia si fa ancora più tagliente: secondo Raggi, proprio nel momento in cui si profila l’ingresso del privato, “si sono anche trovati i fondi (pubblici) per la ristrutturazione”. E specifica: sarebbero fondi INAIL, cioè risorse legate agli infortuni sul lavoro.
Il sottotesto politico è chiaro: per anni non ci sarebbero state risorse o volontà, ma quando entra un soggetto privato, improvvisamente compaiono finanziamenti e progetti. Una dinamica che, per Raggi, rovescia la logica della sanità pubblica: non investi prima per garantire un servizio universale, investi dopo – quando quel servizio rischia di diventare occasione di business.
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La chiusura è un impegno dichiarato: “Non sarà facile, ma ce la metteremo tutta per fermare questo scempio”. Raggi non si limita a denunciare un episodio, ma prova a costruire una cornice: dal letto che manca al paziente fragile, alle stanze “solventi”, fino al caso Forlanini e ai fondi pubblici che arrivano quando entra il privato.
È un attacco frontale a un modello che – nella sua lettura – sta trasformando la sanità da diritto universale a servizio sempre più selettivo, dove l’emergenza (posti letto, barelle, trasferimenti) diventa il sintomo visibile di una scelta politica: ridurre il pubblico e lasciare spazio a un sistema misto in cui l’equilibrio tende a favorire chi può pagare.



















