Un post lungo, durissimo, costruito come un atto d’accusa politico e insieme come un allarme “da spesa quotidiana”: Virginia Raggi torna a far sentire la sua voce sui social e punta direttamente Giorgia Meloni per il via libera italiano all’intesa commerciale tra Unione europea e Paesi del Mercosur. Il messaggio è netto: l’accordo “suona bene ma non lo è”, e avrebbe un prezzo altissimo per l’agricoltura italiana, per la sicurezza alimentare e per il lavoro.
L’attacco: “firmato da Meloni, agricoltori messi in ginocchio”
Nel suo sfogo, Raggi descrive l’accordo come un colpo inferto ai produttori italiani: “agricoltori messi in ginocchio” e rischio di ingresso sul mercato europeo di prodotti che – sostiene – potrebbero arrivare con pesticidi vietati in Europa o con controlli considerati insufficienti, inclusa la carne. È l’impostazione classica della denuncia “di filiera”: concorrenza dall’estero + standard diversi = compressione dei prezzi e danno ai produttori locali.
Raggi inquadra l’intesa come uno scambio penalizzante: prodotti sudamericani che entrano più facilmente nel mercato Ue in cambio di un abbassamento dei dazi per l’export europeo. “Mercosur: suona bene, ma non lo è”, scrive, insistendo sul fatto che a guadagnarci sarebbero “i soliti noti”, non i cittadini.
Il punto politico: “Meloni ascolta Von der Leyen, non gli italiani”
Il bersaglio principale, nel post, è la scelta del governo di schierarsi a favore del via libera. Raggi la presenta come l’ennesima promessa non mantenuta e come una subordinazione politica a Bruxelles: “Meloni preferisce ascoltare Von der Leyen piuttosto che le voci degli italiani. Altro che Fratelli d’Italia!”. È un attacco che prova a colpire la presidente del Consiglio sul terreno identitario: sovranità proclamata contro decisioni percepite come allineate alle priorità della Commissione europea.
“È un film già visto”: il parallelo con la globalizzazione degli anni ’90
Lo sfogo non resta sulla cronaca. Raggi allarga il frame e tira in ballo un precedente storico-politico: l’apertura del commercio mondiale negli anni ’90. Secondo la sua ricostruzione, allora si promisero controlli sulla qualità e sulle condizioni dei lavoratori, ma quelle garanzie sarebbero rimaste lettera morta. E l’esito, nel racconto, è quello che molte campagne anti-delocalizzazione ripetono da anni: “esporteremo i nostri prodotti”, ma “hanno esportato le fabbriche”, con operai rimasti senza lavoro e salari sotto pressione.
È qui che il post diventa un discorso politico completo: l’accordo non sarebbe solo un tema agricolo, ma un acceleratore di una competizione che costringe “noi” a lavorare di più e con meno diritti per resistere alla concorrenza, mentre dall’altra parte continuerebbe lo sfruttamento dei lavoratori nei Paesi esportatori. La conclusione è tagliente: “In pochi si arricchiscono a scapito di noi tutti”.
Le proteste dei trattori in Europa e il voto: “Italia a sorpresa favorevole”
Raggi collega la firma/il via libera all’accordo alle proteste esplose in vari Paesi europei: trattori in strada, traffico bloccato, mobilitazioni in Francia e Spagna. Le proteste, in quei giorni, sono state ampiamente raccontate da diverse testate internazionali e italiane come reazione al timore di importazioni agricole più competitive e a standard produttivi percepiti come non omogenei.
Nel post viene sottolineato anche il dato politico del voto tra gli Stati membri: Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda contrarie e Belgio astenuto, mentre l’Italia avrebbe votato a favore “a sorpresa”, contribuendo al via libera in sede Ue. Questa dinamica è riportata anche da ricostruzioni giornalistiche italiane sulle decisioni a livello europeo (con riferimento al voto degli ambasciatori/Coreper e alla maggioranza qualificata).
Ed è su questo punto che Raggi alza il volume politico: se in altri Paesi i governi si sarebbero messi di traverso, l’Italia — sostiene — avrebbe “dato il via libera”. Il giudizio finale è una condanna senza mediazioni: “Che vergogna…”.
“Tradimento” e “soliti noti”: la chiave emotiva dello sfogo
Il registro comunicativo scelto da Raggi è volutamente emotivo: parla di tradimento del governo, di interessi dei cittadini sacrificati, di concorrenza sleale e di rischio sulla qualità dei prodotti. Il bersaglio, più che l’accordo in astratto, è la narrazione politica che lo accompagnerebbe: quella di un governo che si presenta come difensore della produzione nazionale e poi — nel suo racconto — vota un’intesa che esporrebbe gli agricoltori italiani a una pressione insostenibile.
Il contesto: perché il Mercosur divide (e perché l’Italia è finita nel mirino)
Il Mercosur è da anni un terreno di scontro tra interessi economici diversi: da un lato settori industriali ed esportatori che vedono opportunità nell’abbassamento dei dazi e nell’apertura di mercati; dall’altro agricoltori e allevatori che temono importazioni a prezzi più bassi e contestano il tema della reciprocità sugli standard. È il conflitto classico che riemerge ogni volta che l’Ue prova a chiudere grandi intese commerciali.
In Italia, nelle stesse ore, il governo e il ministero competente hanno rivendicato di aver ottenuto “salvaguardie” e correttivi, mentre sul territorio e nelle piazze agricole cresceva la contestazione. È dentro questa frattura — tra linea governativa e percezione di chi protesta — che si inserisce lo sfogo di Raggi: un attacco che mira a trasformare la scelta pro-Mercosur in un simbolo di incoerenza politica.
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In definitiva, lo sfogo di Virginia Raggi usa il Mercosur come grimaldello per un’accusa più ampia: non è solo un accordo commerciale, ma la prova – nel suo racconto – di una distanza crescente tra chi governa e chi produce, tra slogan “sovranisti” e scelte che espongono l’Italia alle regole (e agli interessi) della competizione globale. Per questo il suo post non si ferma ai dazi o ai pesticidi: mette insieme agricoltura, lavoro, salari, qualità del cibo e identità politica, trasformando un voto in sede Ue in un simbolo di incoerenza. La linea di frattura resta tutta qui: da una parte le “salvaguardie” rivendicate dal governo, dall’altra la percezione – amplificata dalla rabbia delle piazze – di un prezzo pagato sempre dagli stessi. Ed è su quella percezione, più che sui dettagli tecnici dell’intesa, che Raggi costruisce la sua sentenza: non un compromesso inevitabile, ma una “vergogna” politica.


















