La Procura di Santa Maria Capua Vetere chiude le indagini sul caso Castel Volturno: tra i nove indagati un consigliere regionale di Forza Italia e un sindaco. Contestati pagamenti da 50 a 70 euro (con facsimile della scheda) e un “banchetto elettorale” in un bar. Nel fascicolo anche l’ipotesi di promesse di appalti nel settore rifiuti
Un voto “comprato” con contanti, favori, promesse di assunzioni e – in un episodio che colpisce per la sua brutalità simbolica – perfino con un suino. È il quadro che emerge dall’inchiesta sul presunto voto di scambio politico-elettorale legato alle elezioni comunali di Castel Volturno (Caserta) del giugno 2024. Un’indagine che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha portato a un passaggio decisivo con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini: un atto che chiude la fase investigativa e prelude alle determinazioni dei pm, tra richiesta di rinvio a giudizio o altre scelte processuali.
Al centro del fascicolo ci sono dinamiche che, secondo gli inquirenti, avrebbero trasformato la campagna elettorale in una trattativa spregiudicata sul consenso, con la costruzione di un sistema di scambio “materiale” del voto: denaro consegnato con il facsimile della scheda, pacchetti di preferenze orientate su specifici candidati, e una rete di figure – amministratori, intermediari, elettori – che avrebbero partecipato a vario titolo all’accordo.
Il contesto: le Comunali del 2024 e il ballottaggio
Le contestazioni ruotano attorno alle elezioni comunali del 16 giugno 2024, in vista del ballottaggio del 24 giugno, vinto dall’attuale sindaco Pasquale Marrandino. È proprio nei giorni immediatamente precedenti al voto decisivo che, secondo l’impianto accusatorio, si sarebbe intensificata la ricerca di preferenze attraverso metodi illeciti, con denaro e “benefit” distribuiti per orientare il consenso su Marrandino, sul suo entourage e su altri candidati ritenuti a lui vicini.
L’inchiesta – per come viene ricostruita negli atti citati – punta a ricostruire un presunto meccanismo che avrebbe interessato non solo candidati locali, ma anche figure politiche e amministrative di livello più ampio, con un capitolo specifico che riguarda promesse e pressioni in ambito di appalti nel settore dei rifiuti.
“Da 50 a 70 euro, ma c’è chi avrebbe accettato anche un suino”
Il dettaglio più dirompente è quello relativo ai “prezzi” del voto: gli elettori, secondo quanto emerge, avrebbero intascato tra 50 e 70 euro per vendere la preferenza. Non solo: in almeno un caso, viene indicato che qualcuno avrebbe accettato addirittura un suino.
Nella ricostruzione investigativa, i soldi sarebbero stati consegnati insieme al facsimile della scheda elettorale: un passaggio che, se confermato, rafforzerebbe l’ipotesi di un voto “indirizzato” e controllato nella sua destinazione. Il facsimile, infatti, non sarebbe un semplice promemoria, ma lo strumento pratico per indicare “come” votare e su chi far convergere la preferenza.
I nove indagati e i nomi citati nell’inchiesta
Nel fascicolo compaiono nove indagati. Tra questi, viene indicato ancora una volta il consigliere regionale di Forza Italia Giovanni Zannini, a cui – secondo quanto riportato – i pm Urbano e Capone, con il procuratore Pierpaolo Bruni, hanno notificato tramite i carabinieri l’avviso di conclusione indagini.
Tra gli indagati figura anche il sindaco di San Cipriano d’Aversa, Vincenzo Caterino, anche lui accusato di voto di scambio politico-elettorale.
L’indagine coinvolge poi diversi soggetti del territorio di Castel Volturno, tra cui:
l’attuale vicesindaco Giulio Natale,
il titolare del bar indicato come luogo dello scambio, Michele Antolini,
e alcuni elettori che avrebbero accettato denaro in cambio del voto.
Nell’impianto ricostruito, le preferenze raccolte con queste modalità avrebbero dovuto confluire su Marrandino, su Natale e su altri candidati ritenuti vicini all’attuale sindaco.

Il “banchetto elettorale” nel bar: santini, soldi, regali e assunzioni
Uno degli elementi più concreti dell’indagine riguarda quanto i carabinieri avrebbero documentato durante la campagna: un vero e proprio “banchetto elettorale” in un bar di Castel Volturno. Secondo la ricostruzione, in quel contesto sarebbero stati distribuiti santini elettorali, denaro, regali e persino prospettate assunzioni in cambio delle preferenze.
Gli inquirenti descrivono così una scena da “mercato del voto”, dove il consenso non sarebbe stato chiesto con argomenti o programmi, ma con contropartite tangibili. E si tratta di un aspetto che, se accertato, aggiungerebbe un tassello decisivo: non una singola consegna occasionale, ma un punto di raccolta e distribuzione strutturato, con un luogo fisico e una dinamica ripetuta.
Non tutti però – viene sottolineato – avrebbero accettato quel baratto.
Il ruolo dell’intermediario: “soldi ricevuti e poi distribuiti”
Nell’inchiesta viene indicato anche il presunto snodo operativo del sistema: il “banchetto” sarebbe stato gestito da Michele Cantone, che – secondo quanto emerso – avrebbe ricevuto i soldi da Marrandino e Natale. Denaro che, sempre secondo la ricostruzione, i due avrebbero ottenuto da imprenditori finanziatori, per poi farlo arrivare agli elettori tramite l’intermediario.
È un passaggio delicato perché, nella logica accusatoria, proverebbe una catena: finanziamento → disponibilità di denaro → distribuzione mirata → orientamento delle preferenze. In altre parole, l’ipotesi non si fermerebbe al “piccolo scambio” tra elettore e candidato, ma ricostruirebbe un circuito più ampio.
Il capitolo Zannini: l’hotel di Mondragone e l’ipotesi “appalto rifiuti”
Nel fascicolo c’è poi un episodio che, secondo quanto riportato, riguarda direttamente Zannini e altri due amministratori locali. Il 16 giugno 2024, prima del ballottaggio, si sarebbero incontrati in un hotel di Mondragone. Presente all’incontro, secondo l’inchiesta, anche l’imprenditore Luca Pagano.
In quel contesto – sempre secondo l’impostazione investigativa – sarebbe stata formulata una promessa: l’appoggio elettorale a Marrandino in cambio di un appalto nel settore dei rifiuti a Mondragone oppure di una commessa di lavoro da parte di una delle ditte ambientali collegate allo schieramento di Zannini. È un passaggio che sposta il baricentro dell’indagine: dalle preferenze “pagate” al possibile intreccio tra consenso e leve economiche, in un settore tradizionalmente sensibile come quello dei rifiuti.
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Un’inchiesta che scuote la politica locale
Al di là delle responsabilità individuali – tutte da accertare nelle sedi opportune – la vicenda colpisce perché restituisce una fotografia crudele: il voto come merce, la campagna elettorale come “offerta”, il consenso come scambio immediato. E l’immagine del suino, in particolare, amplifica l’impatto pubblico dell’indagine: è il simbolo di una politica ridotta a baratto, dove la preferenza smette di essere scelta e diventa transazione.
Ora, con l’avviso di conclusione indagini notificato agli indagati, la partita passa alle prossime mosse della Procura e, se il procedimento proseguirà, al vaglio del giudice. Ma intanto, nel Casertano, l’inchiesta su Castel Volturno lascia un segno pesante: perché racconta – nelle ipotesi investigative – non solo un presunto reato elettorale, ma un modo di intendere il potere e la rappresentanza che trasforma la democrazia in contrattazione.



















