Aula infuocata durante il voto sulla separazione delle carriere: il senatore del M5S attacca Meloni, Gasparri e Berlusconi. “Gli italiani non si bevono la favola dei fiori di giglio”
ROMA —
La seduta del Senato che ha sancito il via libera definitivo alla riforma costituzionale della giustizia si è trasformata in una delle giornate più incandescenti della legislatura. Mentre la maggioranza esultava per l’approvazione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, dalle file del Movimento 5 Stelle è arrivato un durissimo atto d’accusa.
Protagonista: Roberto Scarpinato, ex magistrato antimafia e senatore M5S, che ha definito il disegno di legge “un atto di guerra contro la Costituzione”, scatenando le proteste furiose dei banchi del centrodestra e costringendo il presidente del Senato Ignazio La Russa a più richiami all’ordine.
“Una guerra a pezzi contro la Costituzione”
Nel suo intervento, Scarpinato ha denunciato con toni durissimi la riforma voluta dal governo Meloni:
“Questa riforma è una tessera di una guerra a pezzi contro la Costituzione. Per la prima volta una revisione costituzionale viene imposta dal governo con un testo blindato, trasformando i parlamentari della maggioranza in semplici comparse.”
L’ex procuratore generale di Palermo ha poi accusato l’esecutivo di voler imporre una visione unilaterale del potere, ignorando la rappresentanza reale del Paese:
“È un atto di imperio che si vorrebbe imporre a una vasta parte dell’Italia che non si riconosce in questa maggioranza. La coalizione di governo rappresenta appena un quarto degli aventi diritto al voto: non può stravolgere i principi fondanti della Repubblica.”
Lo scontro in Aula: urla, applausi e richiami
Quando Scarpinato ha evocato i nomi di Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Matacena, Previti e Galan, accusando la destra di voler “riabilitare uomini simbolo di una politica collusa e corrotta”, l’Aula è esplosa.
Dai banchi di Forza Italia si sono levati fischi e grida. Il capogruppo Maurizio Gasparri ha urlato: “Lo confermo!”, mentre la vicepresidente Licia Ronzulli ha tentato di interrompere l’intervento urlando: “Si è dimenticato Appendino!” — un riferimento ironico alla condanna dell’ex sindaca di Torino, esponente M5S.
La Russa, visibilmente irritato, ha richiamato entrambi all’ordine:
“I tempi dell’intervento li decido io. E in Aula si rispetta la parola dei colleghi.”
Tra applausi del gruppo 5 Stelle e boati del centrodestra, la seduta si è trasformata in un campo di battaglia.
“Gli italiani non si bevono la favola dei fiori di giglio”
Scarpinato ha continuato senza arretrare di un passo:
“La maggioranza degli italiani non si beve la panzana che Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Matacena, Previti, Galan, Formigoni e Verdini erano fiori di giglio perseguitati da una magistratura politicizzata. Gli italiani sanno bene che sono stati condannati perché c’erano prove della loro colpevolezza.”
E ancora:
“Questa riforma è il tassello di un risiko del potere, con cui si vuole consegnare la magistratura all’esecutivo. Ma in Italia esiste una larga maggioranza, anche di destra, che non è disposta a rinunciare ai valori della Costituzione.”
La replica del centrodestra: “Riforma epocale”
Dall’altra parte, Gasparri e Tajani hanno difeso con forza la riforma, definendola “una svolta epocale” destinata a “porre fine alle stagioni oscure dell’uso politico della giustizia”.
Parole che hanno infiammato ulteriormente la discussione, con i senatori del Movimento che hanno accusato la maggioranza di voler riscrivere la storia giudiziaria del Paese in chiave revisionista.
Un passaggio storico: ora la parola al popolo
Il Senato ha approvato in via definitiva la riforma, ma non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi, la modifica costituzionale dovrà ora passare per il referendum confermativo.
Sarà sufficiente la richiesta di un quinto dei parlamentari, di cinquecentomila elettori o di cinque Consigli regionali per portare la legge davanti ai cittadini.
Il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico e le altre opposizioni hanno già annunciato la loro intenzione di promuovere la consultazione popolare: “Il referendum — ha detto Scarpinato — sarà la linea di discrimine tra amici e nemici della Costituzione, tra chi la difende e chi la vuole distruggere travestito da falso amico.”

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La giornata del 30 ottobre 2025 resterà nella storia parlamentare italiana.
Da un lato, il governo Meloni celebra un “successo politico e istituzionale”; dall’altro, le opposizioni denunciano una deriva autoritaria e una riforma che minaccia l’indipendenza della magistratura.
Il referendum, ormai inevitabile, sarà non solo una prova sulla giustizia, ma un giudizio complessivo sull’idea di democrazia che questo governo intende realizzare.
E, come ha avvertito Scarpinato, “non si tratta solo di diritto, ma del futuro stesso della nostra Costituzione.”




















