L’incredibile notizia, per chi è abituato a vedere la politica chiudere un occhio sulle parole d’odio, è questa:
la Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha detto sì – all’unanimità – alla richiesta della magistratura di procedere contro Vittorio Sgarbi per le frasi rivolte, nel 2020, a Rocco Casalino.
Niente scudi, niente manovre dilatorie, niente “è solo colore politico”. Per i componenti della Giunta l’insulto pronunciato in tv dal critico d’arte – “una checca inutile” – non è coperto dall’insindacabilità parlamentare e, anzi, in quanto omofobico, non può in alcun modo trovare riparo nella Costituzione.
Adesso la parola passa all’Aula di Montecitorio, ma il segnale politico è già chiarissimo.
L’episodio: Stasera Italia, gennaio 2020
La vicenda nasce il 30 gennaio 2020, quando Sgarbi – allora deputato e volto fisso di talk show e dibattiti televisivi – è ospite di “Stasera Italia”, programma di approfondimento di Rete 4.
Nel corso della trasmissione, parlando di Rocco Casalino, all’epoca portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Sgarbi passa dalle critiche politiche all’attacco personale, definendolo in diretta “una checca inutile”.
Non una battuta, non una semplice polemica: un insulto frontale che usa l’orientamento sessuale – o il modo in cui una persona è percepita – come arma per screditarne dignità e ruolo professionale. Una frase che scatena subito reazioni indignate e che porta Casalino a rivolgersi alla magistratura per diffamazione.
Il percorso giudiziario: la richiesta della Corte d’Appello
La denuncia dell’ex portavoce di Conte innesca il percorso giudiziario. La Corte d’Appello di Roma, chiamata a valutare la sussistenza del reato di diffamazione, si trova però davanti a un passaggio obbligato: verificare se le parole di Sgarbi, in quanto parlamentare, possano essere coperte dal cosiddetto “scudo dell’insindacabilità” previsto dall’articolo 68 della Costituzione.
Per questo motivo la Corte chiede alla Camera dei deputati l’autorizzazione a procedere: spetta infatti al Parlamento stabilire se quelle frasi siano riconducibili all’esercizio delle funzioni parlamentari e, quindi, non perseguibili, oppure se rientrino nella responsabilità personale del deputato.
La richiesta arriva sul tavolo della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio, l’organismo che istruisce questi casi e formula una proposta da sottoporre poi all’Aula.
La decisione della Giunta: insulto omofobo, niente scudo
Nella seduta del 10 dicembre 2025 la Giunta si esprime: via libera, all’unanimità, all’autorizzazione a procedere.
Secondo quanto riferiscono le agenzie parlamentari, la Giunta ha ritenuto che:
l’espressione usata da Sgarbi non abbia alcun legame con l’attività parlamentare;
l’insulto, di natura esplicitamente omofobica, “non può essere coperto da insindacabilità”, perché la Costituzione protegge l’esercizio della funzione, non la libertà di insultare.
Tradotto: non si può nascondere dietro il mandato parlamentare per giustificare un attacco personale basato sull’orientamento sessuale. La funzione di controllo e critica del potere – costituzionalmente garantita – è una cosa, l’offesa discriminatoria è un’altra.
Il voto unanime è un elemento politicamente pesante: maggioranza e opposizioni, su un tema divisivo come l’omofobia, scelgono di non offrire alcun salvagente a Sgarbi. Una rarità, in un Parlamento spesso spaccato su tutto.
Cos’è l’insindacabilità parlamentare (e perché qui non vale)
Per capire la portata della decisione serve un passo indietro.
L’articolo 68 della Costituzione stabilisce che “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.
Lo scopo è chiaro: evitare che deputati e senatori vengano intimiditi o condizionati da querele e procedimenti giudiziari per ciò che dicono in Parlamento o nell’ambito strettamente connesso alla loro attività istituzionale.
Negli anni, però, si è spesso abusato di questo scudo:
si è cercato di far passare per “opinioni politiche” insulti, calunnie, accuse gratuite;
si è tentato di considerare coperti dalla garanzia costituzionale interventi pubblici, interviste, ospitate tv non collegate in alcun modo a specifici atti parlamentari.
La Giunta – e prima ancora la Corte costituzionale – hanno progressivamente ristretto il campo: l’insindacabilità vale solo se esiste un nesso funzionale tra l’esternazione e il mandato parlamentare.
Nel caso Sgarbi–Casalino, questo nesso è stato giudicato inesistente: definirlo “una checca inutile” in un talk show non è critica politica, è offesa personale. E in più, sottolinea la Giunta, si tratta di un insulto omofobico, categoria che la Costituzione non può in nessun modo legittimare.
Offesa omofobica: quando la politica supera il limite
La scelta di richiamare esplicitamente la natura omofobica dell’insulto non è un dettaglio. Significa riconoscere che:
non siamo di fronte a una semplice espressione colorita;
lo stigma sull’orientamento sessuale è in sé un elemento di discriminazione, la cui gravità non può essere minimizzata in nome della “satira” o del “carattere sanguigno” del personaggio.
In altre parole, il messaggio che esce dalla Giunta è il seguente: la libertà di parola dei parlamentari non comprende il diritto di usare parole d’odio verso le persone LGBT+. Se lo fai, rispondi in tribunale come qualsiasi altro cittadino.
È una presa di posizione che arriva in un Paese dove, dopo il naufragio della legge Zan, la tutela penale contro l’omotransfobia è ancora incompiuta. Proprio per questo, la decisione di Montecitorio assume un valore simbolico ancora più forte.
Dalla Giunta all’Aula: le prossime mosse
Dopo il voto in Giunta, la partita si sposta nell’Aula della Camera. Sarà l’assemblea plenaria, con voto palese o segreto a seconda delle decisioni della conferenza dei capigruppo, a confermare o ribaltare il via libera all’autorizzazione.
Formalmente, i deputati potrebbero ancora scegliere di proteggere Sgarbi, respingendo la richiesta della magistratura. Ma farlo, dopo l’unanimità espressa dall’organismo competente, avrebbe un costo politico enorme:
significherebbe sconfessare il lavoro della Giunta;
verrebbe percepito come un colpo di spugna su un insulto omofobo che l’opinione pubblica ha già condannato.
È perciò probabile che l’Aula si allinei alla decisione tecnica: in tal caso, il processo per diffamazione potrà andare avanti, e sarà la magistratura a stabilire se l’espressione usata da Sgarbi costituisce reato e quale eventuale pena infliggere.
Sgarbi e il linguaggio dell’insulto: un copione che non regge più
Nel curriculum pubblico di Vittorio Sgarbi le frasi sopra le righe non mancano. Da decenni il critico d’arte costruisce il proprio personaggio televisivo su urla, insulti, risse verbali, spesso a scapito dell’interlocutore di turno. È un copione che gli ha garantito popolarità e presenza costante nei talk show, ma che ha anche prodotto una lunga scia di querele e procedimenti.
Per anni, questo stile è stato tollerato, quando non apertamente premiato, da un sistema mediatico che vive di polarizzazione e scontri in diretta. La decisione della Giunta segna però un punto di non ritorno:
quando l’insulto diventa discriminazione, quando colpisce la persona nel suo orientamento, nella sua identità, nella sua dignità, la politica – almeno questa volta – dice basta.
Casalino, la politica e il diritto di non essere insultati
Per Rocco Casalino, ex giornalista del GF e poi portavoce di Palazzo Chigi, questa vicenda è anche una questione di dignità personale e professionale. Nel corso degli anni è stato bersaglio di critiche dure, spesso legate alla sua storia televisiva e alle sue scelte politiche. Ma l’insulto “una checca inutile” oltrepassa un confine: non contesta il suo operato, nega valore alla persona.
La decisione della Giunta dice che anche chi ricopre ruoli esposti, anche chi è protagonista della politica, ha diritto a non essere bersaglio di offese omofobe. Criticare lavori, scelte, dichiarazioni è legittimo; ridurre qualcuno a una “checca inutile” no.
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Conclusione: un precedente che può cambiare le regole del gioco
“L’incredibile notizia” non è solo che la Camera ha autorizzato a procedere contro uno dei volti più famosi della politica-spettacolo italiana. È che lo ha fatto riconoscendo esplicitamente il carattere omofobico dell’insulto e negando che un simile attacco possa trovare riparo nella Costituzione.
Se l’Aula confermerà la linea della Giunta, si creerà un precedente importante:
i parlamentari sapranno che lo scudo dell’insindacabilità non copre le parole d’odio;
chi subisce insulti discriminatori da esponenti politici avrà qualche strumento in più per chiedere giustizia;
il dibattito pubblico, forse, sarà costretto a fare un passo verso la civiltà del confronto, dove le idee si combattono con altre idee, non con etichette offensive.
Il processo, se ci sarà, dirà se Sgarbi è penalmente responsabile. Ma la politica, per una volta, ha già risposto sul piano dei principi:
*l’omofobia non è un’opinione, e non diventa legittima solo perché pronunciata da un deputato in televisione.*



















